lunedì 24 giugno 2019

Serie Autori: CESARE PAVESE italiano



Nato a Santo Stefano Belbo (Cuneo) nel 1908, cesare Pavese, l'uomo-libro, come egli stesso si definì, fu prima letterato che scrittore e visse in un mondo di libri, l'unico nel quale riuscisse a muoversi liberamente.
Dagli Anni Quaranta conobbe il successo; i riconoscimenti e il sodalizio con Vittorini ne fecero uno dei punti di riferimento di una generazione.
Il 27 agosto del 1950 egli si suicidò in un albergo di Torino e anche il suo dramma contribuì a fissarne il personaggio. Dopo la morte è diventato oggetto di continue interpretazioni: biografia, tesi di laurea, studi critici, traduzioni si sono seguiti come per pochi altri scrittori contemporanei.



Il grosso volume dei suoi Racconti fu pubblicato postumo solo nel 1960. Essi coprono un decennio della già matura attività dello scrittore, dal 1936 al 1946, e vi si colgono fin dall'origine tutti i motivi della narrativa di Pavese: la solitudine di certe figure legate alla terra piemontese d'origine, il contrasto tra città e campagna, le seduzioni decadenti, il mito della fuga e del ritorno, quello di un'America conosciuta solo sui libri, le figure simboliche parallele all'impegno culturale e morale dello scrittore, e personaggi "vinti" nel senso verghiano, che rivelano più la debolezza e la paura che una forza di riscatto, ai quali tuttavia la sconfitta non impedisce di farsi una idea mitica e smisurata della vita.
Nel 1935 Pavese viene arrestato e incarcerato per motivi politici, poi condannato a tre anni di confino.



Tipici della sua opera sono la presenza di due personaggi opposti: la vita come letteratura da un lato, e dall'altro la realtà, quella vita vera che l'autore avrebbe voluto padroneggiare e in cui avrebbe voluto inserirsi, nonostante che nei suoi libri condanni spesso questi personaggi al fallimento.
In opere successive si troveranno passi pervasi da un sentimento religioso che testimoniano la crisi di coscienza attraversata da Pavese in quel periodo, e toccano i temi dell'uomo, della vita e della morte.



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Talvolta leggevo non so che libro del carcere e Lorenzo, che leggere non sapeva, traballava avanti e indietro con quel suo corpo pesante e finiva poi, slacciandosi la cintola, per sfasciarsi sulla branda.
"Si è mai veduto", cominciava, "si è mai veduto leggere un libro come fosse un giornale,? E' una triste compagnia che non vale un bastone da camminar soli. E' roba del governo: li vengono a offrire nel carcere perché servono a loro. Uno che legge, sta tranquillo e tratta bene il superiore: gli fan fare quel che vogliono. La legge scritta è la forza del carcere. 



Disgusta vedere un giovanotto qui dentro leccare quei fogli come fosse pagato. Nel carcere non si deve far niente, e lasciar che il tempo passi, Un uomo dritto basta lui a finir la giornata: se ha bisogno di leggere per tenersi compagnia, allora è come le donne che han sempre voglia di qualcuno intorno e, se non hanno nessuno, prendono un gatto".
"Se dite a me Lorenzo", feci una volta, scattando, "dovete sapere che non c'è nulla come un libro per ammazzare il tempo. Occupa meglio che giocare alle carte".
"Paragone d'avvocato", continuava l'altro senza muoversi.



"Per giocare alle carte si sta in compagnia e qualcuno poi paga. E si vede chi è in gamba e chi no. C'è la gara d'astuzia e ci sono le regole. Solamente i pitocchi giocano per risparmiare quella lira: ma è una soddisfazione d'uomo guadagnarsi il bicchiere per forza di scienza. Permettono forse le carte nel carcere? Qui si vede che altro sono le carte, altro i libri".
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Da "Racconti" L'intruso





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