venerdì 27 gennaio 2012

ALLA SCOPERTA DI UN BEL LIBRO e di... André Frossard

Sulla nostra "bancarella di libri usati" ve ne sono tanti e diversi a carattere religioso (come già detto diverse volte).
Tra questi uno che a noi è piaciuto molto ( ve lo abbiamo già menzionato nei nostri primi post )
 è Dio esiste, io L'ho incontrato di André Frossard .
Ve ne  riportiamo pochissime righe nella speranza di invogliarvi a leggerlo perché a nostro dire "merita".

Saint -Maurice Colombier 
14 gennaio 1915
Versailles 2 febbraio 1995

...Non ho conosciuto mio nonno.
Da quando era morto, la nonna regnava sulla nostra modesta casa, fatta d'impasto d'argilla, con l'autorità senza discussioni di una donna con la testa sul collo, e che l'aveva persa una volta sola, allorché si era innamorata, signorinella d' un agiata famiglia ebrea, degli occhi azzurri del semplice bracciante che era allora mio nonno.
Quell'unione di una giovane ereditiera, per quanto piccola fosse  l'eredità, con un proletario di origine cattolica, per quanto annacquato fosse il suo cattolicesimo, aveva lasciati stupefatti ebrei e cristiani del paese, la cui buona concordia non arrivava fino al matrimonio.
Niente ricordava questa storia d'amore sul volto severo di colei che ci governava con mano ferma, perennemente vestita di nero, e che esprimeva la sua tenerezza solamente col pudico sotterfugio dell'ironia....
...Formavamo una famiglia molto unita, ma al mattino osavamo appena augurarci il buongiorno: chi si era alzato per primo, per paura di umiliare il ritardatario fingeva di non accorgersi del suo arrivo: cosicché ci abbracciavamo, ben spesso, senza spicciar parola,...
...Guardavo mio zio chino sul banco nel laboratorio che sapeva il buon profumo del cuoio nuovo, o la zia in cucina intenta a lavorare la pasta: e non potendo dire che ci volevamo bene , il che era fuori discussione, non parlavamo affatto.
A furia di tacere avevamo sempre meno da dirci: eravamo come segregati, senza avere alcun segreto....


lunedì 23 gennaio 2012

UNA NUOVA RICETTA

Abbandoniamo i nostri "Profili d'autori", che naturalmente riprenderemo più avanti, per tornare ai libri di ricette.
Vi interessa provare una ricetta trovata su un libro del 1979 dal titolo:        
La carne le ricette per rendere diversa la solita fettina, naturalmente si tratta di qualcosa di semplice alla portata di tutti.

MAIALE ALLE MELE
4 costolette di maiale
5 mele renette,
100g. di prugne secche,
100g. di burro, 
3 cucchiai d'olio, 
un rametto di rosmarino, 
1/2 bicchiere di panna, 
sale-pepe.


Per questo secondo piatto dovete utilizzare delle costolette fresche di maiale; le accompagnerete ad una purea preparata con delle mele renette, dal particolare sapore asprigno.
Procedete alla cottura dorando in una padella un poco di burro e olio e un rametto di rosmarino.
Quando il condimento sarà ben caldo, disporre le costolette e lasciar cuocere per quindici minuti circa.
Quindi deporle su un piatto, salarle, peparle e tenerle al caldo.
Con dell'altro burro fare cuocere per un quarto d'ora le mele, sbucciate, private del torsolo e affettate.
Quindi passarle al tritalegumi o al setaccio e amalgamarle con panna fresca e un pizzico di sale, rimettere al fuoco lasciando restringere un poco.
Nel frattempo lavare bene le prugne, tenute a bagno per qualche ora e cuocerle per 30' in poca acqua.
Servire, versando la purea intorno alla carne e cospargere con le prugne.

Renetta o Ranetta è il nome dato ad alcune varietà di melo caratterizzato dai frutti a forma leggermente appiattita ai poli, con la buccia opaca di colore giallo-verde e punteggiata da piccole macchie scure, la polpa è gialla e succosa e proprio per questa sua caratteristica si presta ad essere cotta, ricoperta di zucchero glassato o ad essere usata per la preparazione di dolci farciti alla frutta.
BuonaGiornata!!!

sabato 21 gennaio 2012

Profili di scrittori: HEINRICH von KLEIST



"O immortalità ora sei tutta mia..."

"...Fin da bambino io m'ero assimilata l'idea che la perfezione era lo scopo della creazione.
Io credevo che noi avremo un giorno continuato a progredire ulteriormente dopo la morte sopra un'altra stella oltre il grado di perfezione che avremo raggiunto su questa stella e che anche lassù avremo  potuto utilizzare i tesori di verità che avremo qui raccolti. 
Da una tale idea s'era formata in me a poco a poco una mia religione e il proposito di non fermarmi mai neanche un istante quaggiù. 
Ben presto l'esclusivo principio della mia attività fu una ricerca incessante di autoperfezionamento 
(Lettere alla fidanzata del 22-03-1801)..."




Heinrich von Kleist...
E' colui che più di tutti ha resistito intatto alla prova del tempo, a cui anzi il tempo sembra dare più ragione...
Questo suicida trentaquattrenne è il massimo genio tragico della letteratura tedesca, che vuol dire il meno ingenuo, il meno capace di illusione.
Era senza dubbio per questo suo aspetto indifeso, terribile e tragico, che Goethe, poeta realmente un po'naif, provava ogni volta che lo leggeva "brivido e repulsione".
Kleist è inoltre quello fra i classici che ha, più di tutti, vissuto, agito e arrischiato...
Egli gioca insomma sempre il tutto per tutto, sempre impaziente di trasformare se stesso, gli altri, il mondo secondo un metro di assoluta perfezione.
Pretende l'impossibile dagli altri, dalla fidanzata, dalla Germania; ma anche da sé.
E' un idealista estremista, una natura tragica.
Ogni delimitazione impostagli dalla realtà o dal destino è ogni volta, per questo assolutista della perfezione, un fallimento assoluto...

Il tragico pessimismo finale di Kleist
affonda la sua maligna radice
nell'ingenuo cosmico-umanistico ottimismo
del suo tempo

Ecco un' altro sintetico profilo d'autore (a noi sconosciuto).
Un autore davvero singolare ed anche un poco..... inquietante.
A voi la scelta se approfondirne la conoscenza oppure no!!!

mercoledì 18 gennaio 2012

LEGGIAMO PIRANDELLO

Abbiam parlato di novelle pirandelliane; e allora eccone pronto per voi un pezzettino piccolo-piccolo, ma bello-bello, tratto da Il bottone della palandrana.


...Da molti anni, dopo molte e intricatissime meditazioni, credeva d'esser riuscito a darsi una spiegazione sufficiente di tutte le cose; a sistemarsi insomma il mondo per suo conto; e pian piano s'era messo a camminarci dentro, non molto sicuro, no, anzi con l'animo sempre un po sospeso e pericolante, nell'aspettativa d'una qualche improvvisa violenza, che glielo buttasse all'aria tutt'a un tratto, sgarbatamente.
S'era da un pezzo costituito esempio a tutti di compostezza e di misura, nel trattare gli affari, nelle discussioni che si facevano al circolo o nei caffè, in tutti gli atti, nel modo anche di vestire e di camminare.
E Dio solo sa quanto doveva costargli tenere anche d'estate rigorosamente abbottonata quella sua palandrana vecchiotta, si, ma piena di gravità e di decoro, e regger su ritto quel suo testone inteschiato e venoso sul lungo collo esilissimo per sostenere la rigida austerità del portamento.
Voleva che il suo sguardo, il suo mostrarsi a ogni bisogno  fossero tacito ammonimento o muta riprensione; specchio, sostegno, intoppo, consiglio.
E' vero che, sempre, per paura che lo specchio fosse appannato dai fiati brutali della plebe, o che il sostegno fosse scalzato con qualche spintone che lo mandasse a schizzar lontano, soleva tenersi alquanto discosto; ma pur sempre restava con tutto il corpo a far atto di volersi appressare e parare e moderare, secondo i casi.
Soffriva indicibilmente nelle dita vedendo qualcuno andar per via  con la giacca sbottonata o col giro della cravatta fuori del colletto; avrebbe pagato lui, di sua borsa, un operaio per dare una mano di vernice allo zoccolo dello sporto nella bottega di faccia al caffè, rifatto nuovo e lasciato lì di legno grezzo; e ogni sera se ne tornava oppresso e sbuffante dalla passeggiata fino in fondo al viale all'uscita del paese, dopo aver constatato, che ancora (dopo tanti mesi ) dal Municipio non era venuto l'ordine di rimettere un vetro rotto all'ultimo lampione di quel viale.
Come se tutt'intorno l'universo s'imperniasse in quel lampione rotto, don Filiberto Fiorinnanzi non aveva più pace.
L'incuria, la rilassatezza altrui lo offendevano; se protratte lo esacerbavano, ....

Bello vero!?! 
Sperando di avervi invogliati a riprendere in mano qualche lettura "pirandelliana" vi salutiamo con una sua massima:

Dalla miseria non è possibile evadere,
Come non è possibile evadere dalla nostra pelle.
 

lunedì 16 gennaio 2012

Profili di scrittori: LUIGI PIRANDELLO

Tra i libri di scuola ne abbiamo trovati alcuni che scrivono di autori e delle loro opere da uno di questi abbiamo scelto  di riportarvi Pirandello novelliere di Ferdinando Castelli.





Pirandello novelliere è un miracolo: d'inventiva, d'umorismo, d'introspezione psicologica, di poesia. Stupisce come abbia potuto metter su una galleria così variopinta di tipi e di casi, registrare voci tanto diverse, scoprire, sotto banalità ed apparenze meschine, drammi e destini impensati.
Le novelle per un anno , prima di tutto, testimoniano l'ansia del loro autore di osservare, capire, analizzare la vita, nella ridda grottesca delle vicende umane. 
La novellistica di Pirandello è, dunque, il palcoscenico di un immenso teatro, sul quale si susseguono interminabili fotogrammi di cui egli raccoglie i pensieri e gli affetti e gli odi e il pianto
Si tratta di oltre duecento novelle, vergate lungo tutto l'arco della vita di Pirandello , organicamente inserite nella sua storia, testimoni delle varie tappe del suo cammino.
I protagonisti delle novelle provengono generalmente dall'ambiente medio-borghese e dal mondo campestre siciliano; d'aspetto decorosamente logoro, abitudinari, rassegnati al lavoro per tirare avanti alla non peggio la famigliola, vivono per lo più una vita grama ,e amara, trascinandosi sulle spalle una maledizione atavica.
Quasi tutti hanno fatto presto una scoperta: che la vita è dominata dal malinteso, dall'assurdo; tra le cose manca l'armonia, tutto si svolge contro la logica e le comuni aspettative, capita ad uno ciò che dovrebbe capitare a un altro, e non si riesce mai a fare ciò che si vorrebbe o si dovrebbe. 
Essi allora o si chiudono in se stessi  o si ribellano. 
Comunque restano individui estranei, stranieri, incupiti, condannati, cioè, alla solitudine e alla sofferenza metafisica.
Avendo in corpo una prepotente ebrezza di vita, di libertà, di logica, prima di darsi per vinti cercano affannosamente, infine o evadono in modi fantastici o si accucciano in una pazzia raziocinante e loica, o si danno una morte violenta, o si abbandonano ad azioni inconsulte...

Lo studio di Pirandello