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lunedì 20 aprile 2020

Storia Antica

Oggi con questo libro andiamo a passeggiare tra le rovine di un antico palazzo macedone (restando tranquillamente a casa), più esattamente a Verghina con l'archeologo Andronicos.
Da VERGHINA Le tombe reali di Manolis Andronicos   1997:

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Il palazzo si trova a breve distanza, a Sud-Est, dal villaggio di Verghina.
E' edificato in una posizione eccezionale, sia per il panorama sia per la sicurezza che il luogo offre sulle pendici settentrionali dei Pieria, che dominano su tutta la zona del basso Aliacmone. Vale la pena riportare la descrizione della località che fa Heuzey con la disposizione poetica caratteristica degli archeologi del secolo scorso.



"Difficilmente si sarebbe potuto immaginare una posizione migliore. Da qui gli occhi dell'osservatore abbracciano un maestoso orizzonte. Oltre la fitta linea dei fronzuti alberi, che segnano e sottolineano il percorso dell'Aliacmone, tutta la pianura della Macedonia si sviluppa sotto i nostri occhi come un prato infinito.



Verso Nord il monte Paiko descrive il suo ripido cono e protende verso Est una lunga discesa, alla cui estremità si sarebbe potuto scorgere, negli anni antichi, gli alti frontoni e le costruzioni di Pella che emergevano.  Più oltre, nella stessa direzione, le depressioni si allontanano e piano piano scompaiono nell'infinito, lasciando indovinare la vicinanza del mare, senza però poterlo vedere da nessuna parte.



Al contrario, verso Ovest e più vicino all'osservatore, si estende il Vermio, con i gradini delle sue terrazze, boscosi o coltivati, e alle sue pendici si estende la grande città di Verria, la quale tra i profumi delle rose in fiore e i freschi mormorii dei suoi torrenti, indica ancora oggi la posizione dei giardini del re Mida e dell'antico paradiso dei Frigi."
La grandezza e lo splendore dell'edificio fecero arrivare lo Heuzey alla deduzione che si trattasse di un palazzo.
Questa opinione è stata accettata anche da Romeos e da noi moderni scavatori.
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lunedì 20 gennaio 2020

Ripassare la Storia attraverso l'Arte

Oggi vi presento un'altra serie di libri. Questi sono dedicati ai luoghi d'arte:
Documenti d'arte ISTITUTO GEOGRAFICO DE AGOSTINI 1983.
A cura di Stefano Maggi     Roma, i Fori



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Le funzioni del Foro
Con certezza, comunque, possiamo affermare che già a quei tempi si specializzarono le due principali funzioni del foro, quella economico-commerciale e quella politico-sacrale, in due aree distinte: il mercato a sud, il Comitium a nord, proprio ai piedi del Campidoglio.
Un indizio delle funzioni commerciali è da vedersi nelle numerose tabernae, veri e propri negozi, sorte accanto agli edifici più importanti in epoca repubblicana ed attive ancora in gran numero fino almeno alla prima età imperiale.



Il Comitium rappresentava, come suggerisce il termine, il luogo di riunione dell'assemblea cittadina: in periodo regio vi si svolgevano, infatti, le riunioni delle curie, le trenta sezioni in cui erano divise le tre tribù gentilizie dei Ramnensi, dei Tiziensi, dei Luceri, con fini militari e politici. Ma che in qualche modo il Comitium fosse, al tempo stesso, un luogo sacro è indicato da due fattori: innanzitutto, il gravitare su di esso del santuario di Giove sul Campidoglio, che conferiva a quest'area sottostante il valore di templum, cioè di spazio dedicato alla divinità; in secondo luogo, i resti archeologici del Lapis Niger (pietra nera), la tomba-santuario di Romolo.



Ma la sacralità di tutta la piana era evidenziata sopratutto dal Tempio di Vesta, sorto, come attestano gli scavi, quasi contemporaneamente alla fondazione della città (data tradizionale: 754 - 753 a. C.). Nel tempio si conservava il fuoco sacro, simbolo della vita di Roma; per questo motivo esso non doveva mai spegnersi: all'inizio la sua cura era demandata, secondo la tradizione, alle figlie del re, poi alle vergini vestali, in numero di sei, vere sacerdotesse della città, sulla cui virtù e coraggio molte leggende ci sono pervenute.
Nel punto più segreto del santuario erano custodite le reliquie trasportate dal mitico Enea dalla lontana Troia, tra le quali spiccava il famoso Palladio, simulacro di Minerva.
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martedì 14 gennaio 2020

Le botteghe degli artisti medioevali descritte da DAVERIO

Tra Aprile e Maggio ho trascritto 5 bellissimi e utili post sull'arte: "LEGGERE L'ARTE" (appunto), tratti da articoli di giornale.
Quel che vi trascrivo ora invece è una piccola parte presa dal libro; 
"LA STORIA DELL'ARTE - Giotto e il Trecento" raccontata da Philippe Daverio (2018).




L'artista medioevale e il suo lavoro

La distinzione che il Medioevo compie tra attività manuali e intellettuali relega la figura dell'artista al ruolo di mero esecutore. Nella realtà questi era spesso anche l'ideatore dell'opera d'arte, ma la componente intellettuale del suo lavoro iniziò a essere considerata solo nella seconda metà del XIII secolo. Inizialmente l'artista non compie un lavoro autonomo, ma dipenda dagli incarichi affidatigli dai conventi o dal capitolo vescovile. Svolge quindi un'attività itinerante che lo conduce, di volta in volta, presso i più importanti cantieri del tempo.



Nel Medioevo maturo, invece, questi trova una collocazione più stabile all'interno della città, dove le attività artigianali e artistiche hanno un mercato sicuro.
Guadagna allora anche un certo prestigio sociale, organizzandosi all'interno di corporazioni che regolavano e potenziavano il lavoro artistico.
Il lavoro artistico aveva nel Medioevo carattere collettivo. Alla stregua degli altri artigiani, pittori e scultori tenevano "botteghe", dove le opere venivano prodotte e anche vendute. La bottega era in genere costituita da un piccolo gruppo di uomini, che lavoravano più o meno in collaborazione tra loro, sotto la direzione di un magister. In conseguenza di ciò le opere erano generalmente anonime e, quando venivano firmate, la firma serviva a garantire la qualità del prodotto, più che significare l'orgoglio del singolo creatore.I contatti del resto testimoniano come i committenti richiedessero all'artista la supervisione del lavoro affidatogli, più che la sua autografia, requisito che la grande mole del lavoro stesso rendeva improponibile. La scelta, la sorveglianza, il risultato degli aiuti era infatti un problema di organizzazione interna della bottega, di cui l'artista rispondeva in prima persona.



Nel caso della Maestà commissionata a Duccio dall'operaio del duomo di Siena, le clausole del contratto prevedevano addirittura la possibilità della morte del pittore, protraendo le responsabilità del capo-bottega oltre i limiti della sua vita. In questo caso la sua famiglia era tenuta a provvedere al compimento dell'opera, affidando il lavoro a un'altra bottega o a quella dello stesso Duccio, nel caso in cui un suo discendente ne avesse ereditata la direzione. Le botteghe avevano infatti generalmente carattere familiare: gli artigiani "prendevano a bottega"  i figli, ma anche i generi e i nipoti, cui a volte affiancavano degli estranei che in pratica entravano comunque a far parte della loro famiglia. Gli apprendisti avevano di solito meno di quattordici anni: imparavano il mestiere traendo copie dai disegni conservati nella bottega, ma potevano compiere anche lavori occasionali, come quello di macinare i colori, fino al momento in cui non erano in grado di affiancare gli anziani nei lavori più difficili. Allora potevano rimanere nella bottega come lavoranti salariati, o mettersi in proprio.





Nelle foto Daverio al Liberty di Asola MN